Finanza sostenibile, l’Europa muove i primi passi

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BRUXELLES – Una certificazione europea per gli investimenti sostenibili. Sono in dirittura d’arrivo due dei tre regolamenti europei per la definizione e la normativa di “finanza sostenibile”. Banche e società finanziarie si dovranno confrontare anche con l’impatto ambientale dei prodotti d’investimento che propongono ai loro clienti, anche se l’ultimo e forse più importante dei tre regolamenti, “Taxonomy”, la tassonomia, cioè una precisa definizione degli elementi che rendono sostenibile un investimento, non vedrà la luce entro l’attuale legislatura europea, per mancanza di convergenza all’interno del Consiglio (mentre il Parlamento dovrebbe arrivare a una decisione comune già la prossima settimana) e dovrà aspettare la prossima legislatura europea. Ma Mario Nava, direttore del dipartimento per la Stabilità Finanziaria della Commissione Europea, ed ex presidente Consob, è fiducioso: “La società ha dimostrato di essere molto interessata alle conseguenze delle scelte finanziarie, e quindi questo lavoro arriverà in dirittura d’arrivo ritengo non oltre la fine di quest’anno”.

Per il momento cosa cambia, con i due regolamenti sui quali è stato raggiunto un accordo tra Commissione, Consiglio e Parlamento cosa prevedono?
“Il primo si chiama “Disclosure and financing advise“, riguarda cioè la consulenza finanziaria. Permetterà di includere le questioni legate alla sostenibilità nell’offerta dei prodotti d’investimento, renderà più facile indirizzare coloro che hanno questo tipo di interesse verso prodotti o con queste caratteristiche”.

Però in assenza della taxonomy, che dovrebbe definire con precisione che cosa è un investimento sostenibile, ogni banca, società o promotore finanziario potrà definire da sè, senza alcun parametro o controllo, la misura della sostenibilità dei propri prodotti?
“C’è una forte domanda sul mercato di investimenti con requisiti ‘verdi’, e chi ha questo tipo di interesse è in grado anche di esercitare un controllo su quello che gli viene proposto. E in ogni caso per misurare l’impatto sull’ambiente verrà in aiuto il secondo regolamento sul quale si è già raggiunto un accordo politico tra Commissione, Consiglio e Parlamento, e che dovrebbe essere varata definitivamente entro le prossime quattro settimane, e cioè quella sui benchmark. Si tratta di un sistema di misurazione dei progressi che vengono fatti nella direzione di una transizione da una “intensive carbon economy” a una “low carbon economy”, che quindi riduce al minimo l’utilizzo di fonti di energia inquinanti. I parametri vengono messi a punto da una commissione tecnica di 160 membri, che si sta occupando anche della definizione della finanza sostenibile”.

Questa valutazione di sostenibilità entrerà anche nel questionario Mifid?
“No, la Mifid misura la propensione al rischio e l’adeguatezza tra strumento e investitore”.

Si è raggiunto intanto un accordo anche minimo sulla Taxonomy, cioè sui requisiti minimi di sostenibilità degli investimenti finanziari?
“Si è stabilito che il test di sostenibilità si basa su sei elementi, e un prodotto finanziario passa il test di sostenibilità se migliora almeno uno di questi elementi senza un impatto negativo su alcuno degli altri cinque. Al momento si sta cercando un accordo di massima sui due obiettivi strettamente ambientali (limitazione del cambiamento climatico e adattamento del climate change) perché c’è una questione di urgenza: noi sappiamo che la priorià è non fare salire la temperatura di oltre un grado e mezzo entro il 2030, altrimenti il riscaldamento globale si accelererà al punto che sarà difficile tornare indietro”.

Gli altri quattro elementi sono protezione delle risorse marine e della qualità dell’acqua, transizione verso un’economia circolare, prevenzione dell’inquinamento e controllo dell’ecosistema. In Italia Banca Etica, che basa la propria attività per intero sulla finanza sostenibile, vi rimprovera di non aver considerato in alcun modo le questioni legate all’impatto sociale degli investimenti, per esempio lo sfruttamento del lavoro minorile.
“Anche le considerazioni sociali devono entrare nella definizione di investimento sostenibile, ma per ora non abbiamo l’accordo in Consiglio, forse ce l’avremo a breve in Parlamento. E’ una questione talmente importante che è difficile trovare un giusto equilibrio prima che se ne possa discutere tra Consiglio e Parlamento”.

Una parte dei parlamentari avrebbe voluto anche una definizione della “brown taxonomy”, cioè degli investimenti che hanno un impatto negativo sull’ambiente.
“La Commissione pensa che intanto sia importante partire con una definizione condivisa di finanza sostenibile”.

Una volta che i parametri entreranno in un regolamento europeo, che tipo di potere ha la Commissione Europea per far sì che chi si avvale di questa sorta di bollino blu sia veramente in regola con la normativa Ue?
“Una volta che ci sarà la tassonomia vedremo nei prossimi sei mesi se è necessario avere un’autorità di controllo”.

E se il prossimo Parlamento bloccasse questo processo?
“Abbiamo cominciato un anno fa, ma soprattutto nelle ultime settimane la società civile ha dimostrato di essere molto interessata a questi temi. Lo sciopero di venerdì scorso e le manifestazioni a favore di interventi per fermare il cambiamento climatico hanno coinvolto più di 1000 città in tutta Europa. Io penso che qualunque Parlamento e qualunque governo nazionale non possano ignorare questa istanza popolare”.

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