Caso Diciotti, il presidente della Consulta Lattanzi: “Ricorso delle toghe possibile”

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“Se l’autorità giudiziaria dovesse ritenere che la decisione è ingiustificata, allora può sollevare un conflitto di attribuzione. Poi, ovviamente, si vedrà se è ammissibile o meno”. Risponde così Giorgio Lattanzi, il presidente della Corte costituzionale, alla domanda su che cosa potrebbe accadere, in via generale, dopo un caso come quello del ministro Matteo Salvini in Senato. Il Parlamento nega l’autorizzazione alle indagini chieste dal tribunale dei ministri di Catania, perché ravvisa un interesse dello Stato sulla decisione presa dal titolare del Viminale sui migranti della nave Diciotti. Ma la strada della contrapposizione non è finita. Ci potrebbe essere un’ulteriore mossa dei giudici, come quella, appunto, di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Che riaprirebbe i giochi sulla decisione presa e che Salvini festeggia come liberatoria.

Lattanzi, ex presidente della sesta sezione penale della Cassazione, alla Corte da otto anni, misura ogni parola. Non è certo sua intenzione interferire nelle scelte delle Camere. Ma, in via generale e prescindendo dal caso concreto, spiega che sì, quel conflitto, qualora i giudici volessero sollevarlo, sarebbe possibile. Ovviamente non è immaginabile quale sorte potrebbe poi avere di fronte alla Consulta.

Tradizionale appuntamento, nel palazzo del Fuga, per il bilancio dell’anno passato, ma con uno sguardo già al futuro. Dove spicca il caso della decisione, presa a settembre, sul caso Dj Fabo-Cappato, quell’aiuto al suicidio che ha spinto i giudici di Milano a rivolgersi alla Corte ravvisando il vuoto legislativo in materia. E la Corte, con una sentenza innovativa, ha dato una chance al Parlamento, perché esiste appunto un vuoto costituzionale che va coperto. Andrebbe sanato in 12 mesi, ma il Parlamento purtroppo langue. Dice Lattanzi: “Con l’ordinanza Cappato, la Corte ha inteso evidentemente riconoscere il primato delle Camere nel definire dettagliatamente la regolamentazione della fattispecie in questione, perciò confido fortemente che il Parlamento dia seguito a questa nuova forma di collaborazione, nel processo di attuazione della Costituzione, e non perda l’occasione di esercitare lo spazio di sovranità che gli compete”.

Un messaggio chiarissimo. Perché, prosegue Lattanzi, “la tecnica dell’ordinanza di ‘incostituzionalità prospettata’ sarebbe anzitutto un successo per la funzione rappresentativa del legislatore, che andrebbe perduto se tale funzione non fosse in concreto esercitata”. Se non è uno warning davvero poco ci manca. Perché ormai mancano solo sei mesi allo scadere dell’anno concesso, un tempo che già di per sé rende difficile la possibilità di scrivere una legge complessa come quello sul fine vita, con il passaggio tra Camera e Senato. Conclude Lattanzi: “La Corte sarà chiamata a decidere in un senso o nell’altro. Se non dovesse farlo, nel sistema resterebbe una norma illegittima”.

Ma Lattanzi insiste molto sul rapporto innovativo tra Corte e Parlamento. Una Corte che rispetta le prerogative di chi fa le leggi, ma certo non può abdicare al suo ruolo di garantire il rispetto della Costituzione. Una Carta che, per il presidente della Corte, va lasciata tranquilla. Dice Lattanzi: “Dovremmo tenercela così com’è, visto che anche due leggi per cambiarla, sottoposte a referendum, sono abortite. Credo che le stesse persone che le hanno proposte oggi sono ben contente”. Dice ancora Lattanzi: “La Costituzione non può essere cambiata a ogni pie’ sospinto. Essa è frutto della guerra. È un orologio ben congegnato. Ci vorrebbero una situazione analoga e un accordo analogo per modificarla. Gli italiani l’hanno capito più delle forze politiche. Se ne svilisce il valore se si cambia di volta in volta”. Conclude Lattanzi nel suo elogio alla Carta: “La Costituzione è lì, è fondamentale, altrimenti viene meno il suo valore profondo”.

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